
Qualunque amore riusciate a dare e a avere, qualunque felicità riusciate a rubacchiare, qualunque temporanea elargizione di grazia... basta che funzioni.

"Anche ora che provo a raccontarla devo difendermi da lei, stavolta dalla sua assenza.
Non posso pensarla a lungo. Mi manca. Devo costruire una distanza di parole che tengano a bada le emozioni.
Se mi distraggo, se non sto attenta, la sua mancanza mi investe come un'ondata di caldo o una musica improvvisa. Sovrappensiero spruzzo un profumo che mi ha regalato, il suo regalo di Natale, e improvvisamente lei è lì. Con la sua pelle abbronzata, l'ansia, il suo calore, l'odore della pelle, gli occhi neri; è lì che mi sovrasta, mi avvolge, mi toglie il fiato, mi riempie."
In un ombrellone accanto al mio ci sono due fratellini, un bambino biondo bello come un angelo e una bimba magra e graziosa ma non proprio carina.
Sono così diversi. Lei è accartocciata placida sul suo lettino, i lunghi capelli sciolti ancora umidi per il bagno appena fatto, legge un romanzetto di quelli per ragazzi e sembra in pace con il mondo intero. Nonostante l’attività possa suggerirmi paragoni con la mia infanzia, è il ragazzino quello che mi cattura di più. E’ buttato su una sdraio e lo sguardo annoiato fa ricognizione intorno, si fissa anche nel mio ad un certo punto, e mi sorride. E’ annoiato, non è così bravo a farsi compagnia come la sua sorellina. Ora si stropiccia gli occhi con il palmo della mano aperto, e poi ci tuffa tutta la faccia, il gomito appoggiato sul bracciolo di legno, le punte dei piedi scomparse sotto la sabbia, le dita che giocherellano con i granelli sottili. E’ inquieto, sento che cerca un compagno di gioco, ed io mi metterei a giocare volentieri.
Eccolo, il terzo psicoqualcosa a cui stringo la mano sudata, il quarto se proprio ci penso bene.
Tiene per un attimo la mia mano nella sua, intanto che mi guarda negli occhi e mi chiede il mio nome.
Io mi metto a piangere quasi subito.
Poi resisto, e gli strappo un sorriso.
Io devo farlo, devo riuscire a mettermi a fuoco.
Chissà se questa possa essere la volta buona.
Vederti partire è sempre devastante, ma ogni volta lo è in un modo diverso.
Ci sono le volte in cui riesco a restare tranquilla, mi faccio forza pensando che ti rivedrò presto, ti stringo la mano fino all’ultimo secondo, rubiamo un bacio al treno che sta frenando lungo i binari … ci sono altre volte in cui mi robotizzo, e sembro un automa senza sentimenti, dietro agli occhiali scuri o agli sguardi assonnati dell’alba del lunedì mattina nascondo esplosioni emotive in potenza … infine capita anche che piango, più raramente.
E’ strano, perché piango spessissimo.
Le mie lacrime non hanno pudore.
Anche loro però sono di tanti tipi. Ci sono lacrime sfacciate che mi bagnano il viso per cose di poca importanza, lacrime di rabbia che sputano fuori sentimenti mal celati, ci sono lacrime timide al telefono con un amico, o chiusa in camera dopo un’imprevista lite con mia madre, lacrime di stanchezza, di delusione, di paura di non farcela. E poi ci sono le lacrime del dolore … sicuramente ancora vergini dai dolori veri che avrei potuto e potrò provare, lacrime di dolori piccoli, se volete, ma che assomigliano a quei pianti inconsolabili e disperati dei bambini che hai impressione di non riuscire a consolare in nessun modo.
Oggi piangevo così, e non era mai successo.
Ti stringevo fortissimo aggrappata intorno al tuo collo singhiozzando e bagnandoti la maglietta, la faccia, le mani che cercavano di asciugarmi le guance.
Oggi non riuscivo a consolarmi, oggi non ti volevo lasciare, oggi sono incazzata anche con le mie lacrime che quando improvvisamente si accorgono di essere troppe e sciocche e troppo disperate allora mi abbandonano e mi lasciano inerme in un territorio arido e secco dove io mi perdo.
Stasera provo a tenermele queste lacrime, ad aspettare che il telefono squilli, e piano ad imparare come sopportare la mancanza …

Mentre saluto e slego la mia bici mi viene in mente un’immagine che fatico a collocare nel tempo. Ci penso meglio e mi dico che no, non ci posso credere. Eppure c’è stato solo un luglio, tra quello che sta per arrivare e quello abitato dalla ragazzina che vedo così lontana. Mi sorprendo di me stessa. Io che mi sento ancora sempre così inadeguata e piccola, come posso avvertire una distanza così mostruosa da questa me e quella lì che riempì un’estate cercando prima un corso di nuoto, poi un viaggio da sola, un’associazione di volontariato, il vento tra i capelli dietro alla moto di suo padre, il sole bollente sulla pelle eccezionalmente abbronzata, vestiti nuovi intorno ai chili persi, e infine, necessariamente, un nuovo terapeuta?
L’immagine che mi è venuta in mente è questa, un motorino parcheggiato ad un angolo di strada, la solitudine fisica necessaria a non farmi sentire spacciata, il casco blu che penzola dal suo laccio che stritolo tra le nocche, intanto che salgo le scale, domando, mi accomodo in sala d’attesa.
Sola. Sola e spaventata. Orgogliosa, sola e spaventata.
In quel periodo ero sicura che avrei dovuto rinunciare ai miei sogni.
Mai e poi mai mi sarei potuta immaginare dall’altra parte della scrivania … e più ci penso più mi sento un’incosciente, mentre corro inconsapevole incontro qualcosa che non so.
E allora penso a quando sono andata a riprendermeli, i miei sogni, e non è passato molto tempo, perché quel giorno a Bologna, su un balcone arroventato da un sole fuori stagione, io avevo già un mucchietto di foto di presentazione differita da mostrare alla mia amica più silenziosa, e facendo due calcoli capisco che sì, è successo solo quest’autunno …